Creative Commons
24 marzo 2011
Post brevissimo. Volevo condividere brevemente un’informazione nota a molti di voi, ma appena scoperta da me
. Si tratta delle licenze CC, o Creative Commons Licenses. Ci sono 4 sigle, a cui corrispondono quattro attributi rispettivi:
BY – “by” in inglese significa “di, creato da”. L’utente deve citare il nome/nick dell’artista
NC – “non-commercial”. Ciò che è protetto dalla licenza non può essere usato per scopi commerciali.
ND – “non-derivative”. Gli utenti non possono modificare la creazione dell’artista; se copiata, va copiata verbatim e tam quam.
SA – “share-alike”. Se l’utente intende diffondere la creazione dell’artista, lo deve diffondere usando la stessa licenza.
Ci sono sei tipi di licenze, generati da combinazioni di 3 o 2 degli attributi (li trovate qui). Una licenza molto buona e frequentemente usata è la licenza BY-NC-SA (qui). Essa obbliga l’utente a dare credito all’artista, a non usare la creazione per $, e infine esige che l’utente diffonda la creazione dell’artista usando la stessa licenza. In compenso, l’utente può modificare in qualunque modo la creazione dell’artista
.
E come si usa? Semplice: copiate il link della licenza che volete usare, preceduto da queste parole formulaiche: “This ____ is licensed under a Creative Commons ****** License”, dove ____ sta per canzone, disegno, ecc, e ****** sta per il tipo di licenza.
Come codice html, usate questo template:
(a rel=”license” href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/”) Creative Commons ****** License (/a)
Non dimenticatevi di sostituire le parentesi tonde con i simboli maggiore e minore…
In conclusione:
This page is licensed under a Creative Commons BY-NC-SA License
Buona pratica!
Il campo semantico
18 marzo 2011
La semantica è un ramo della linguistica che si occupa dello studio della relazione tra parole e significati. I matematici la chiamano corrispondenza biunivoca, e Schopenauer la chiamerebbe il prisma e le luci che scaturiscono da esso. Le parole sono concrete, i loro significati sono astratti. È come se la semantica studiasse un legame simile a quello che esiste tra corpo e anima: ogni corpo ha un’anima e una sola; noi vediamo il corpo, ma percepiamo l’anima come quello che rende una persona ciò che lei è. È anche come se le parole appartenessero a un piano di esistenza, mentre il loro significato appartenesse a un altro piano, superiore.
Le parole sono accomunabili in vari modi. Basta pensare al dizionario: lì le parole sono organizzate per lettera iniziale, cioè per ordine alfabetico. Similmente facciamo con le persone, sotto forma di archivi comunali e censimenti. Ma sappiamo che le persone sono classificabili, secondo i dettami della psicologia, usando il criterio del profilo della personalità. La personalità si trova nell’anima, secondo alcuni filosofi (e blogger
). L’anima è invisibile, ma utilizzabile come modus classificandi. Similmente, le parole sono organizzabili secondo la loro personalità, o anima, detta significato.
Le persone sono organizzate in tipi di personalità, le parole sono organizzate in campi semantici. Campo semantico proprio un profilo di personalità a cui appartengono un insieme di parole. Esempi? Una poesia che parla del povero cane del poeta, appena morto (non il poeta, il cane). Le parole di quella poesia, dovranno illustrare un quadro funesto e grave, o almeno nostalgico. Per questo si useranno parole che comunicano quel significato, e pertanto dovranno essere parole colte dallo stesso campo semantico, quello della nostalgia e della tristezza.
Chi dà il significato alle parole? Noi o i nostri avi? E in cosa consiste il significato di una parola? È dato da informazioni visive, uditive e sensoriali in generale? Come fa ad esistere il significato?
Se non fosse per il significato di una parola, non potremmo tradurre. Tante parole messe insieme danno tanti significati, la cui sommatoria dà il significato generale del paragrafo. Ed ecco dove le parole fanno quello che gli anglofoni sono soliti definire “Mind-Blowing”. Vedete, tradurre consiste nel sostituire le parole straniere con parole della lingua nativa, ma significa soprattutto conservare il significato originale del paragrafo. Cosa? Traducendo si cambiano le parole ma non il significato!!! Il significato quindi è una cosa trascendente, una cosa perfetta che viene incarnata in modo maldestro dalle parole! Il significato è il linguaggio della nostra mente, ma noi usiamo parole per comunicare quello che il nostro cervello vuole dire. E resta invariata la comunicazione del cervello, indipendentemente dalla lingua. Le parole sono una limitazione al nostro pensiero, un impedimento a comunicare anche nella stessa lingua, impedimento la cui esistenza non notiamo fino a quando conosciamo un’altra realtà.
Vedete, venendo in contatto con altre culture tramite viaggi o imparando una lingua nuova, scopriamo parole che portano un significato inesprimibile con le parole della nostra lingua. Un esempio banale è la parola “thorough”, che in inglese non significa solo “diligente”, ma anche “diligente con zelo”. Ma nella vostra testa esiste già quel significato; è solo che gli inglesi la scrivono con una parola, noi con tre. Posso ardire di assimilare la scrittura a una traduzione da onde cerebrali a inchiostro?
Noi comunichiamo facendo almeno due traduzioni: prima traduciamo da impulsi elettrici e inchiostro, poi leggendo ritraduciamo da inchiostro a pensiero. C’è una cosa che tutti i traduttori sanno: traducendo una cosa più volte, anche se coinvolge solo due lingue, si perde un po’ del significato originale. Perché allora usare un mezzo rozzo come la scrittura?
La scrittura è immortale, i pensieri no. Li immortaliamo solo con EEG, illeggibili a tutti tranne un’élite di persone (le quali comunque non sanno “leggere il pensiero”). Isaac Asimov , grande scrittore della hard science fiction, sosteneva che originariamente l’uomo dell’età prescrittura aveva sviluppato capacità di comunicazione mentale, permettendo di comunicare ai suoi simili messaggi privi di ogni equivoco, privi di errori di traduzione da pensiero a inchiostro. Ma poi l’ha persa questa capacità. E quindi, costretto dalla necessità, ha cominciato a parlare, poi a scrivere, e poi a non capire.
Se riuscissimo a ritornare alla mentalica, come lo chiama Asimov, quell’arte di usare la mente per comunicare e unire forze con altri? Tutti saremmo poeti e scrittori. Come mai dico questo? Semplice: uno scrittore è la persona più simile all’uomo precuneiforme. È in grado di comunicare efficacemente il suo pensiero, senza grosse perdite di significato. Immaginate di leggere un’opera che vi piace. Fissatevi sulle sensazioni che suscita. Quella è un’opera riuscita, perché lo scrittore mentre scriveva stava provando quelle sensazioni, ed è riuscito a parle passare dal suo encefalo al vostro. Ora immaginate di leggere una riflessione malriuscita, magari sotto forma di commento a un video di Youtube. È frustrante, frastagliato e vi interrompe del continuo. Questo è l’effetto dell’incapacità dell’autore di comunicare il suo pensiero. E non ha torto; è difficile parlare con la mente.
L’autore bravo è tale in quanto ha passato i suoi pensieri. Se noi praticassimo mentalica, non servirebbero particolari abilità di scrittura, nè aulicismi nè bravure retoriche o altro. Quelle sarebbero arti obsolete: parleremmo cervello a cervello, e chiunque riuscirebbe a richiamare alla memoria lo stupore tipico del bambino, o la passione che si prova quando infiammati per una persona. Riusciremmo a condividere dolore, paura, euforia, gioia e tanto altro, senza la paura di sbagliare significato. Tutti saremmo attori in grado di muovere il pubblico con il patos o la grassa risata, perché il dato mentale (ricordo o emozione) verrebbe passato dal mio cervello al vostro.
L’insegnamento sarebbe facile. “Non ho capito”. Spesso serve far vedere le cose sotto un’ottica diversa, ma mancano le parole o la pazienza per farlo. Con la mentalica non esiste questo problema: l’insegnante mostra il percorso che ha intrapreso per capire, lo studente lo segue, e infine coglie quell’impulso euforico che è la comprensione, che noi scriviamo semplicemente come “aaaaah, ho capito!”.
Infine, la mentalica suscita una domanda finale: e se fosse anche essa una comunicazione imperfetta, una specie di corpo la cui anima non vediamo ma la cui esistenza percepiamo? Se fosse tutto una bambola matriosca, quando è che troveremmo il linguaggio perfetto, il campo semantico originale in cui risiedono tutti i significati? Credo che la risposta non la troveremo mai, ma ci possiamo provare, proprio come ci stanno provando i neurologhi, i linguisti e gli psicologi. Buona fortuna.
Tema d’Italiano (Part III)
5 marzo 2011
La ragazza, ormai al suo ultimo anno di superiori, aveva raccolto poche informazioni soddisfacenti sulla morte. Secondo i biologi, era la cessazione delle funzioni vitali; ma questo equivaleva a dire che l’asciutto è il non bagnato, e quindi definire un’entità in funzione di un’altra entità, con entrambe legate e dipendenti reciprocamente. Invece ad attirare la giovane c’erano gli studi aneddotici della morte, cioè il raccogliere racconti, da parte di testimoni o superstiti, delle morti e incontri ravvicinati delle vittime; questi studi erano semplicemente necrologi dettagliati. La giovane, che si chiamava Frida, non si era limitata solo a leggere questi racconti, ma aveva cercato e intervistato testimoni. Più era violenta la tragedia, più la storia avvinceva Frida.
“Cosa provavi nel vederlo morire?” “Cosa hai visto di particolare?” “Cosa ti ha colpito?” erano le domande più comuni che poneva agli intervistati. Malgrado fosse stata metodica e persistente, Frida aveva ottenuto poco dalle testimonianze che soddisfacesse la domanda “È possibile vedere la morte in faccia?”. Solo una storia la colpiva: si trattava di un’infermiera (ancora viva) andata volontaria nella Repubblica Democratica del Congo durante l’epidemia del virus Ebola nel ’94.
“E cosa ti ha colpito in particolare?”
“Ogni giorno morivano centinaia di persone, cadevano come mosche. Sembrava che qualcuno li stesse falciando. Inizialmente la cosa mi sconvolgeva, ma dopo il primo mese mi ero abituata. Anzi, avevo l’abitudine di salutare cortesemente la morte quando passava, augurandogli una buona giornata. Dopo quattro mesi di volontariato, sono rientrata e tornata alla clinica dove lavoravo. La vita sembrava essere tornata alla normalità; ma una cosa era rimasta: lui. Occasionalmente moriva il paziente malato terminale, e se ero di turno quando si spegneva, sentivo la presenza della morte. Era molto più debole rispetto al Congo, ma la morte c’era; come sempre lo salutavo con un piccolo sorriso, e proseguivo con i miei giri.
Ho rivissuto le sensazioni del Congo solo un’altra volta. Un giorno ero in banca a ritirare la busta paga, e c’è stata una rapina. Ci fu qualche sparo, e a un certo momento uno dei rapinatori mi puntò l’arma addosso per convincere uno dei cassieri. Mi parve di vedere la morte apparire, sorridermi e togliersi il cappello; la mia prospettiva della situazione cambiò bruscamente. Ricordai gli incontri ravvicinati con la morte nel Congo, la paura e il terrore di essere infettata, e improvvisamente la situazione della banca sembrava ridicola a confronto. Quest’incontro con la morte non era ravvicinata. Era una visita di cortesia da parte sua, per vedere se stavo bene. Mi misi a ridere come una pazza; il rapinatore mi deve aver preso per pazza, perché subito allontanò l’arma da me e chiese che c’era da ridere. Gli risposi che la morte non mi preoccupava; avevamo lavorato fianco a fianco e sicuramente mi avrebbe offerto del tè se fossi morta. Il rapinatore reagì toccandosi i gioielli di famiglia, per poi sparare un altro colpo in aria.
Intanto mi sembrava di aver battuto cinque con la morte, facendo un balletto. Alla prossima, Signor Morte. E buona giornata. Tutto sommato l’esperienza in banca non è stata così terribile, è stata più un’occasione per reminiscenze e riflessioni. La morte vista in faccia è impressionante la prima volta, ma cinicamente simpatica la seconda volta.”
“E secondo lei, sarebbe possibile mettersi in condizioni tali da sfiorare la morte regolarmente?”
“Oh sì. Prenda per esempio il mio periodo di volontariato. Le assicuro che è un gentleman, ma va trattato con rispetto.”
Era stata l’ultima frase a colpire Frida, e a metterle una nuova ossessione in testa: incontrare la morte e fare quattro chiacchiere. Ma come incontrarlo? Per prima cosa, Frida provò ad agire impulsivamente: scrisse un lettera d’invito per il Signor Morte a prendere un caffè – ma non la sua vita – e a fare un’intervista. Lasciò la lettera ai piedi del suo letto per una settimana, ma il Triste Mietitore non si fece vivo, naturalmente.
Intermezzo: Dedica al caffé
2 marzo 2011
Ah caffé! Sei la mia salvezza al mattino, quando mi alzo e mi sento come una cacca pestata, quando i pensieri gravi della notte sono ancora presenti e pesanti come un’autobotte. Non so cosa farei senza di te; credo che tornerei a dormire. Prima di berti, o divino caffé, mi sento triste e lento, incapace e depresso. Ma quando ti bevo, quando mi possiedi, o caffé, ecco, è come se il mondo diventasse tutto oro e luce: il mondo non è poi così brutto come nei sogni, e sucuramente qualcosa di buono succederà oggi. È già successo qualcosa di buono: ti ho bevuto.
Tema d’italiano (part II)
28 febbraio 2011
Ha! Stavo scherzando! (A dire il vero mi stavo annoiando di non scrivere, e ancora mi sto ambientando
Quindi la seconda parte.
La giovane non si dava pace: aveva fatto tanta ricerca, interviste e studi, e aveva trovato poco o nulla. La sua non era una ricerca per scuola, né era una ricerca ordinaria, anzi. Da piccola aveva visto suo padre morire di malattia, ed era stata presente al momento dello “spegnimento”, come lo chiamavano i medici. Da quella esperienza la giovane era uscita con quello che gli psicologi chiamerebbero “trauma infantile”: se a prima vista appariva normale, durante una conversazione l’allora bambina era solita tirare fuori l’argomento morte in modo ossessivo. Era affascinata dalla morte: i suoi occhi si illuminavano quando al telegiornale raccontavano del tizio morto schiantato contro un albero, o quando la moglie si era suicidata dopo le persecuzioni del marito.
La morte le sembrava una specie di anti-eroe: vinceva sempre. Magari era temporeggiato da qualche furbacchione, ma alla fine era sempre la morte a vincere. Un dittatore stava schiacciando il paese? Nulla da temere: ci avrebbe pensato la morte al colpo di stato. Il classico politico corrotto che rigira il sistema giudiziario a suo favore? Poteva ridere quanto voleva: tanto la morte avrebbe riso per ultima. Il Welby della situazione? Eutanasia. A causa dei suoi gusti scuri e macabri, purtroppo la giovane era sempre stata rigettata e schivata; il fatto che fosse senza padre la rendeva oggetto di pietà perbenista e disprezzo. Questi fattori contribuirono a renderla una persona acida e riservata, ma fondamentalmente ingenua.
Quello che era cominciato come fascino si era trasformato in ossessione, culminando in una vera e propria ricerca: è possibile vedere la morte faccia a faccia? La morte è una persona, una forza, o un fenomeno come un altro? Da giovane era particolarmente affascinata da un’analogia che scaturiva da un fenomeno quotidiano: l’ola dello stadio. Per fare un’onda, serve che i tifosi si sincronizzino per alzarsi in sequenza; quello che si genera è un’onda di persone che si levano e si ri-siedono. Quest’onda si muove, ma le persone no: per far sì che l’onda corra, i tifosi devono star fermi. Similmente, osservava la giovane, quando una persona moriva, sembrava che si fosse stesa la mano di una forza oscura. Ma questa mano era presente solo quando la vita era assente, quando mancava. Come con i tifosi: quando non si muovono, l’onda si muove; quando la morte è in agguato, è perché la vita si è fermata.
Tema d’italiano (part I)
26 febbraio 2011
Era Venerdì di nuovo, e di nuovo c’era un compito in classe d’Italiano. Questa volta c’era come traccia: Leopardi: Dialogo di un Islandese con la natura. Descrivere, a parole vostre, un dialogo ipotetico tra una persona e una forza imparziale.
Ma cosa vuol dire ‘forza imparziale’? Andando a intuito, forza dà l’idea di una cosa inarrestabile, o contro cui si deve lottare strenuamente per prevalere; deve essere una cosa terribile o comunque temibile. Invece imparziale dà l’idea di una cosa indipendente da chi la affronta: non importa se sei vecchio, ricco, giovane o povero. Una forza… inarrestabile… il destino? Meglio di no, sarebbe difficile parlare con la forza principe, quella su cui vertono tutte le altre forze; inoltre sarebbero molto comiche conversazioni del tipo
Era destino che tu parlassi con me. Ed era me stesso (destino) che io dicessi questo. E anche questo. E anche questo. E anche questo.
Ok, smetto prima che la mia testa esploda. Che cosa è imparziale, inevitabile, inarrestabile? “Non c’è nulla di certo al mondo, se non le tasse e la morte.”- Daniel Defoe. La morte. È perfetta! Oltre alle tre ‘i’, é anche occasione per sfoggiare cinismo, pessimismo, macabro e tanto altro. Chissà se gli altro ci stanno scrivendo… chi se ne frega, io scrivo sulla morte.
Ok, si comincia! (metterò gli altri pezzi man mano che il tempo passa… a cadenza di una volta a settimana circa)